Vincere è possibile: generalizzare la logistica delle lotte

vertenza-granarolo-e-significato-di-societa-c-L-txvQ7uPubblichiamo l’intervista ad Aldo Milani (Coordinatore nazionale del si cobas) che traccia un bilancio della lotta nella logistica e della vertenza Granarolo, alla luce di un possibile accordo per il reintegro dei 51 facchini licenziati.

intervista pubblicata dal sito:  commonware.org e dal Il Manifesto cartaceo e online .

Intervista ad ALDO MILANI – di GIGI ROGGERO

Dopo uno sciopero 51 lavoratori vengono licenziati da Sgb, consorzio di cooperative che gestisce in subappalto la forza lavoro per Granarolo e Cogefrin. Era l’inizio di maggio 2013: ne sono seguiti 10 lunghi mesi di picchetti, blocchi, denunce, trattative e accordi non rispettati dai padroni. Dal 20 gennaio, con l’avvio di un presidio permanente davanti ai cancelli di Granarolo, è iniziata una settimana di passione: blocchi selvaggi, ancora una volta con la capacità di colpire gli interessi materiali del padrone; cariche e botte della polizia, gas urticanti, lavoratori e sindacalisti arrestati.    La controparte, con presunzione, pensava di poter spazzare via questa strana armata di lavoratori migranti, sindacalisti di base, collettivi militanti, studenti e precari. Ma il muro inizia a cedere, le lotte aprono un varco, il padrone è costretto a risedersi al tavolo delle trattative.

Venerdì, in contemporanea a un’altra importante giornata di sciopero della logistica, il Si Cobas incontra in prefettura il colosso Legacoop, che con il suo presidente Poletti al ministero del lavoro è diventato pilastro del governo nazionale. Legacoop si dice disposta ad accettare tutto o quasi: riassunzione dei lavoratori entro giugno, ricollocamento o soluzione economica per i lavoratori di Cogefrin, ritiro delle denunce. Si tratterebbe di una straordinaria vittoria, ma per ora – in assenza di fatti concreti – è solo un primo passo, ancorché fondamentale.

“I giornali parlano di una nostra euforia dopo l’incontro, non è così” sottolinea Aldo Milani, coordinatore nazionale del Si Cobas. “Però è chiaro che è per noi un risultato politico forte il fatto che Legacoop ci riconosca come sindacato sulla base della lotta e dei rapporti di forza che abbiamo costruito. Il piano del conflitto è ora nazionale e non più solo aziendale. Ha per esempio influito il fatto che hanno Poletti come ministro del lavoro, quindi il muro contro muro è per loro molto rischioso.                                               Già nei giorni precedenti, dall’incontro in prefettura della settimana scorsa, avevamo avuto l’impressione che le cose maturassero in questa direzione, avevano cioè grande difficoltà a non trovare alcuna soluzione. Abbiamo fatto un comunicato in cui dicevamo che la lotta andava avanti in modo duro e i padroni hanno fatto le loro valutazioni. Sono ormai dieci mesi di lotta: c’è stata una radicalizzazione e un allargamento, c’è anche la fatica dei lavoratori che la stanno facendo, quindi dobbiamo tenere conto di tutto.

In un incontro recente alcuni compagni ponevano il problema di riuscire a chiudere la vertenza velocemente; anche all’interno del nostro sindacato c’era chi metteva in evidenza l’attacco duro, pure sul piano amministrativo (possiamo essere condannati economicamente per i danni che provochiamo all’azienda, alla faccia del diritto di sciopero). Io ho insistito sul fatto che c’erano le condizioni per vincere, quindi bisognava fare uno sforzo ulteriore: alla fine abbiamo deciso di andare avanti”.

Quali sono i principali elementi di questo ciclo di lotte della logistica?

Un elemento essenziale riguarda le relazioni che si sono costruite con diversi ambiti militanti e sociali. Fin dall’inizio, sulla base di rapporti pregressi, anche individuali, vi hanno partecipato in molti, via via c’è stata un’adesione cosciente. Già nello Slai Cobas alcuni dei punti che avevano portato alla nostra scissione erano la logistica e gli immigrati. Ci siamo caratterizzati per aver fissato le lotte non su risultati immediati nell’azienda, ma facendole girare tra diversi ambiti di lavoratori, anche dal punto di vista fisico, riprendendo così alcuni tratti delle esperienze più positive nella storia delle lotte operaie italiane e internazionali (dagli Iww agli anni ’60). Per quanto all’inizio non avessimo una chiara e articolata conoscenza della presenza della forza lavoro immigrata, però nella logistica la sua alta concentrazione permetteva di promuovere questa iniziativa spostandosi sui territori, non restando quindi all’interno dell’azienda. Noi siamo arrivati da una cooperativa all’altra per informazioni e contatti che ci davano gli stessi lavoratori che facevano le lotte con noi. I lavoratori immigrati si sentivano abbandonati, parecchi di loro erano entrati in contatto con i sindacati confederali per il permesso di soggiorno o come tramite dell’ufficio di collocamento, come agenzie di servizio dunque. Noi abbiamo dato quello che loro chiamano la dignità, che poi ha pagato anche dal punto di vista degli accordi che si raggiungevano attraverso le lotte. È bastato stappare la situazione che è fuoriuscito questo liquido di lotta.

Non bisogna idealizzare alcunché, ci sono anche dei problemi a posteriori. Laddove abbiamo fatto le lotte più importanti, c’è una tendenza dei lavoratori che raggiungono risultati concreti (contando in azienda, con un salario migliore) a sentirsi più sicuri, talvolta troppo. Si rendono conto che in quel momento hanno forza e ottengono risultati, con la difficoltà di guardare oltre il dato immediato. Si tratta quindi di creare dei quadri consapevoli, altrimenti si rischia di limitarsi a una lotta radicale ma tradeunionista, senza un quadro più generale. Questi lavoratori, infatti, vivono sul territorio, affittano una casa, hanno dei figli che vanno a scuola: è quindi importante la contaminazione con gli elementi solidali che provengono da esperienze militanti, che magari hanno una formazione talvolta un po’ ideologica, oppure il confronto diretto con la polizia che arriva a reprimere o con Poletti che diventa ministro del lavoro, perché si crea una concatenazione di elementi che allargano il quadro di riferimento. La mancanza di una coscienza politica dei lavoratori può essere la forza come spinta e la debolezza in prospettiva: praticano una lotta dura, aggregano i loro amici nell’azienda, però bisogna anche collegare le lotte. Per questo motivo abbiamo iniziato a fare formazione interna al Si Cobas, non solamente sulle buste paga, ma anche dal punto di vista politico. Non possiamo assumere una concezione gradualista, per cui prima si fa la lotta sindacale e poi verrà quella politica: dove abbiamo fatto questo errore, è più difficile riprendere una battaglia generale. D’altro canto, non è un caso che a Bologna sette o otto lavoratori diventati militanti sindacali inizino a esprimersi quasi più sul piano politico, a volte sono io che devo costringerli a tornare in azienda a lavorare perché altrimenti rischiano di perdere il terreno dello scontro.

C’è stato quindi un concatenarsi di elementi che derivano dalle esperienze e dalle relazioni di alcuni di noi, che si sono pragmaticamente collegati alla situazioni concrete sui territori. In questo breve lasso di tempo, a Milano c’è stata anche l’adesione al Si Cobas di una serie di compagni dei gruppi radicali. Siamo un sindacato che, pur partendo dalla formazione leninista di alcuni, è il più anarchico dal punto di vista del suo sviluppo, perché non abbiamo strutture troppo formali come altri sindacati di base.

Questa è però anche la forza, perché è ciò che permette la concreta autorganizzazione dei lavoratori…

Io credo di sì. Va anche detto che con la logistica abbiamo scoperto un filone d’oro. Qualcuno diceva che non si può essere solo nella logistica, quasi a sminuirne l’importanza. Noi eravamo presenti anche tra i metalmeccanici all’Alfa, nella siderurgia alla Breda, nell’Atm abbiamo bloccato Milano una decina di anni fa. A Milano avevamo fatto un lavoro con i rom, però nella logistica abbiamo trovato una condizione particolare: abbiamo infatti incontrato una volontà soggettiva disponibile alla radicalità dal punto di vista politico e sindacale. La condizione è particolare anche rispetto agli altri paesi. Bisogna sempre aver presente che la logistica italiana è caratterizzata dal sistema della cooperative, con ipersfruttamento della forza lavoro e basso investimento tecnologico, con una certa difficoltà a stare sul mercato internazionale. Nella misura in cui noi abbiamo alzato il livello del costo della forza lavoro, stiamo ottenendo dei risultati. A Bartolini, Tnt, Dhl, Gls e qualche altra, conquistiamo dei contratti che mettono in discussione il contratto nazionale e cominciamo a porre concretamente le basi per il superamento delle cooperative. Anche alcuni grandi gruppi di committenza (ovviamente non Legacoop, ma Tnt o Dhl) si pongono il problema di superare quella fase in cui hanno utilizzato le cooperative, diventano infatti un costo in più e non più una possibilità. Cos’è che contrasta questa spinta? L’elemento di fondo è la presenza di mafia, camorra e ’ndrangheta all’interno del settore delle cooperative, attraverso un rapporto diretto con il committente. La cooperativa non è solo una forza dal punto di vista economico come spacciare droga (senza investimenti, con il controllo della forza lavoro, mentre il ricavo è tutto profitto), ma serve anche a pulire il denaro sporco – si pensi alle cooperative che costruiscono l’Expo a Milano. Perché alla Esselunga, uno dei più grandi centri di distribuzione, con cooperative di 600 persone, hanno governato le sorelle Mangano con Dell’Utri e il rapporto con la mafia? Allora, non credo che i committenti possano tagliare con questo sistema. Uno degli esempi recenti è che la Dhl Express ha fatto fuori i suoi due principali dirigenti, gente da 600.000 euro l’anno, a causa di rapporti di questo tipo. La Dhl, da Roma in giù, ha potuto costruire dei magazzini grazie alla presenza della mafia e della camorra, i vari magazzini non sono nemmeno di sua proprietà. Oppure, altro esempio, il magazzino della Tnt di Piacenza è di un consorzio.

Indubbiamente, anche la nostra controparte si sta riorganizzando. Uno dei fattori a nostro favore è stato che l’Assologistica o altre strutture sindacali non hanno una formazione come quella di Confindustria. Strategicamente sono molto potenti, però non hanno ancora una significativa sindacalizzazione dei cartelli. Di fronte alla nostra crescita, siccome non possono avere da un giorno all’altro infrastrutture e innovazione, devono puntare ancora sull’abbassamento del costo della forza lavoro. Le aziende cercano quindi di sussumere le nostre rivendicazioni (il fatto che le aziende si prendano in carico i propri dipendenti), fanno un’operazione di facciata e applicano un misto tra modello italiano delle cooperative e modello francese del lavoro interinale. Per esempio, le Poste Italiane adesso hanno bisogno di licenziare, chiamano il lavoratore e lo pongono di fronte all’alterativa tra cassa integrazione senza prospettive oppure tornare nel magazzino, abbassando quindi il costo della forza lavoro utilizzando la cooperativa.

Tutto ciò rende ancora più importante il problema di organizzazione del sindacato non su base aziendale. Spesso i lavoratori pensano di aver raggiunto in poco tempo dei risultati di cui ci si può accontentare, mentre con l’accelerazione della crisi da un giorno all’altro la situazione cambia. Tra noi e l’Adl-Cobas organizziamo 10.000 lavoratori, mentre i dipendenti della logistica sono 150.000; tocchiamo quindi il nucleo centrale, ma il settore è molto stratificato sul territorio. C’è una tendenza alla concentrazione del capitale, però c’è anche tanta diffusione e articolazione. La scorsa settimana siamo usciti felici da una trattativa con la Tnt per aver conquistato più del contratto nazionale; poi parlo con un dirigente che mi dice che hanno deciso di staccare il settore domestico da tutto il resto, per vicende complessive (con la vendita all’Ups devono snellirsi per non incorrere nelle leggi europee sui trust, in concorrenza con la Dhl). Sono in ballo 1.000 persone, tra Piacenza e Bologna. In assemblea i delegati avevano già pensato di non fare lo sciopero, avendo ottenuto questo contratto; dopo che ho spiegato la questione, c’è stata un’adesione totale dei lavoratori allo sciopero. Bisogna dunque avere una motivazione politica più strategica per spingere avanti: ecco il compito che abbiamo. C’è infatti stata una diffusione di massa, in termini relativi, però se non riusciamo ad agire dentro la crisi nel suo complesso possiamo avere dei risultati e delle vittorie sui tempi brevi ma non siamo in grado poi di resistere nello sviluppo di questo processo. Ovviamente, e questo non dipende solo da noi, bisogna creare le condizioni affinché altri soggetti di classe si mobilitino, dai precari agli studenti, rafforzando quella congiunzione di cui parlavo prima. Teniamo sempre conto che si tratta di lotte in controtendenza, dentro la recessione: non siamo infatti in una fase di sviluppo, in cui si possono ottenere delle conquiste in un quadro economico espansivo.

Un fattore decisivo è la produzione di soggettività che si sta determinando in queste lotte…

L’aspetto soggettivo è centrale. In questi anni i militanti politici hanno introiettato un senso della sconfitta e del lamento. Dal canto loro, i sindacati di base gestiscono una sorta di piccolo tesoretto, senza la capacità di guardare oltre la propria situazione specifica. Si è fatta largo l’idea di poter creare le condizioni più favorevoli all’interno dell’economia capitalistica, da cui derivano battaglie magari radicali ma tradeunionistiche, senza una visione politica complessiva. C’è dunque un decisivo problema di soggettività da affrontare dentro le lotte. Da questo punto di vista, la logistica è diventata di grande importanza, può essere un punto di riferimento. Non bisogna pensare a un allargamento a raggiera su noi stessi; l’importante è muoversi sui territori, spostarsi, costruendo al contempo strutture di riferimento organizzative, sedimentando anche delle capacità di gestire le tecniche sindacali, senza cui si rischia di fare solo demagogia.

Mentre negli anni ’20 e ’30, durante la crisi, i proletari aderivano in massa ai sindacati, oggi è più probabile che i sindacati integrati nella gestione statale che mantengono ancora il controllo di vari settori di lavoratori, di fronte a un processo di crisi così profondo, possano esplodere. Aumentano quindi le possibilità per chi si muove in una prospettiva di movimento, perché i lavoratori si troveranno privi perfino dei servizi che precedentemente venivano loro dati. Per esempio, finita la cassa integrazione alla Tnt stanno discutendo i licenziamenti di molti lavoratori. Dunque, non ci saranno più ancore di salvezza: non è che tanto peggio tanto meglio, però si creano delle possibilità. A Bologna è significativo che ci siamo trovati di fronte alla Legacoop, ma al contempo il sindacato si sta formando in vari settori, dagli alberghi ai metalmeccanici. La presenza di lavoratori immigrati fa da traino a settori che finora erano legati alla Cgil.

Una cosa molto importante è che si stanno formando nel sindacato dei compagni che si muovono su un terreno più ampio e non solamente rivendicativo. Le esperienze che i lavoratori fanno in un anno di lotta valgono molto di più di quelle fatte in anni senza lotte. C’è un processo di soggettivazione straordinario e veloce, che non è avvenuto alle Frattocchie ma nella materialità dei conflitti. Va anche detto che la straordinaria forza dei lavoratori immigrati potremmo dire che deriva dalla loro debolezza. Si tratta di figure che nei nuovi contesti in cui vivono non hanno punti di riferimento sindacali e politici, non hanno protezioni né economiche né sociali. Questo movimento è forte perché dietro di sé ha meno tradizioni di questo tipo. È dunque meno integrabile; ci sono ovviamente aspetti negativi o problematici, però questi lavoratori hanno meno vincoli dell’operaio italiano.

Questo decisivo processo di lotte e soggettivazione ha riportato il tema della vittoria al centro dell’agenda politica. Dopo molti successi ottenuti, a partire dalla metà dell’anno scorso il padrone si sta riorganizzando, come già spiegavi. La lotta alla Granarolo ha toccato un ganglio centrale, la stessa controparte ha determinato un piano di immediata politicizzazione dello scontro. Se si riesce a vincere qui, sempre assumendo il carattere di parzialità del successo, quanto si può a cascata determinare un effetto positivo sulle altre lotte dentro e oltre il settore?

A differenza di altre lotte, qui tendiamo a rompere uno straordinario quadro di relazioni politiche e sindacali. Se pensiamo al fatto che il governo Renzi si fonda su alcuni di questi pilastri, ci rendiamo conto che la lotta sindacale entra a gamba tesa in una realtà che sembrava controllata e gestita da consolidate strutture di potere. Dall’esterno si vedono i servizi offerti dal modello emiliano, che effettivamente hanno addomesticato il sociale. Il riconoscimento di un elemento nuovo è avvenuto attraverso dei rapporti di forza. Si può davvero determinare un processo di allargamento e generalizzazione, nella misura in cui rompiamo equilibri politici, economici e anche militari, con i tentativi di repressione. È un grande risultato aver costretto i padroni di questo colosso a un “armistizio”, in cui il “forte” concede tutto; e quello che abbiamo chiesto ovviamente è ancora poco, ma appunto rompe un equilibrio politico. Ciò ha già avuto effetti, ne avrà di ancora maggiori come esempio per altre lotte, perché con una forza in apparenza piccola abbiamo ottenuto dei risultati che vanno oltre le aspettative degli stessi partecipanti alla battaglia. Bologna può quindi diventare un fattore di allargamento, sta acquisendo una maggiore centralità politica anche grazie alle lotte della logistica. Non si è trattato di una sommatoria matematica, ma della capacità di mettere insieme differenti soggetti: se un piccolo nucleo riesce a spostare l’avversario perché anche lui è in crisi, inserendosi in queste fratture e diventando un punto di riferimento, ciò pone all’ordine del giorno la necessità di iniziare a ragionare più in grande dal punto di vista politico complessivo. La nostra esperienza non può basarsi sull’esclusivo radicamento territoriale: dobbiamo seguire sui territori le possibilità di lotta, anche per le stesse caratteristiche mobili di questa composizione. Insomma, è decisivo aver mostrato la debolezza della controparte.

In questo quadro, si collocano su un nuovo piano anche i discorsi sulla comunicazione. La stampa ha finora considerato poco le lotte della logistica (se si interessano, è soprattutto per gli scandali legati alle connivenze con mafia e camorra). Dal punto di vista comunicativo segue le lotte il militante che vi partecipa, ci sviluppiamo soprattutto attraverso la rete, le mail o facebook. Non perché la lotta di classe si possa sviluppare solo con il computer, però è stato importante mobilitare tante energie differenti e colpire su piani diversi.

È un punto importante: il settore della logistica presenta infatti caratteristiche apparentemente classiche, però sul livello avanzato dello sviluppo capitalistico. Bloccare le merci ai cancelli e colpire il marchio di Ikea o Granarolo sono forme di attacco complesse adeguate ai complessi processi di accumulazione del capitale…

È così, all’Ikea per esempio abbiamo sbloccato la situazione quando abbiamo colpito il brand e siamo arrivati addirittura in Svezia, dove qualcuno ha manifestato. A quel punto i dirigenti hanno ceduto. Va poi considerato che, a differenza di altre fasi delle migrazioni proletarie, gli immigrati che arrivano qui hanno livelli di scolarizzazione, competenze e formazioni intellettuali spesso elevate (anche dal punto di vista comunicativo). I padroni pensano di avere a che fare con degli schiavi ignoranti, mentre si trovano di fronte figure in grado di sostenere il confronto e rimangono spiazzati. I luoghi di lavoro e di vita dei soggetti delle lotte della logistica sono collocati nelle periferie urbane, quindi molti tendono a non vederle, ma nella misura in cui stanno accerchiando le città e si stanno generalizzando sul piano nazionale, queste lotte possono diventare un elemento di traino.

* Una versione ridotta dell’intervista è stata pubblicata su “il manifesto” (anche online), 4 marzo 2014.

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